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Bluebarry Caffè

Il vecchio aveva esagerato con l’alcol quella sera, e i camerieri erano consapevoli che se si fosse ubriacato troppo, sarebbe stato problematico farlo pagare. Era diventato un cliente abituale, specialmente in serate come quella, con una fitta nebbia che nascondeva allo sguardo ogni particolare del paesaggio circostante.
"Fumo di Londra"
Nei primi tempi avevano apprezzato l'eleganza e la distinzione di quel signore che, silenzioso e quieto, ordinava un bourbon e lo sorseggiava, osservando con palese interesse le persone che erano nel locale. Sembrava quasi che le studiasse. In lontananza risuonava la campanella del pontile.
Un pontile...lontano!
Robert e George parlottavano ricordando gli incontri dell'estate, rievocando momenti speciali. Distratti, avevano preso l'ordinazione senza riconoscerlo, in un primo momento, poi fu elemento illuminante l'abito, sempre lo stesso, che l’uso esclusivo e la mancanza di lavaggi e piccole riparazioni aveva reso oltremodo logoro. Quella sera l’uomo sedeva scomposto, assorto in chissà quali pensieri, lo sguardo assente. Si mosse sussultando, e subito dopo appoggiò la testa su un braccio, la bocca semiaperta e la saliva che colava sul polsino della camicia, un tempo sicuramente bianca, ora grigiastra e sporca. Chiuse gli occhi e l’altro braccio cadde inerte lungo il corpo. Tre bicchieri non avrebbero potuto ridurlo in quello stato. Evidentemente aveva già bevuto altrove prima di entrare nel locale. L’ultimo cliente era appena uscito ed era giunta l’ora della chiusura del Pub – Caffè. I due camerieri si avvicinarono;
il vecchio non poteva rimanere in quello stato, ma non era nemmeno in grado di  tornarsene a casa, ammesso che una casa ce l’avesse.
- Signore, ha bevuto abbastanza per questa sera. Stiamo per chiudere. Si alzi, la riaccompagneremo noi a casa. - sussurrò gentilmente Robert. Ma il vecchio non rispose. Ancora con la bocca dischiusa, aveva girato lo sguardo verso di loro, forse per caso, forse non li vedeva e non li sentiva. I suoi occhi chiari si perdevano nel fondo della sua anima, che un tempo aveva vissuto e gioito e amato come chiunque altro. Quegli occhi inespressivi, vuoti nel presente ma pieni di tutta una vita passata, che serbavano immagini di volti, di chiunque avesse ricambiato il suo sguardo, erano segnati dagli anni e dalle difficoltà che la vita non risparmia a nessuno.
Gli occhi, specchio dell'anima!
Assorto nei suoi pensieri, che si perdevano lontani, o probabilmente spento negli effluvi dell’alcol, trasse da un taschino interno della giacca sgualcita una sigaretta e lentamente la portò alle labbra; con la mano libera cercò un accendino in un'altra tasca. Non lo trovò, si tastò il petto e i fianchi,  con movimenti lenti e scoordinati. Robert gli accese la sigaretta.  Una boccata di fumo, poi un’altra.
Una boccata di fumo...
Il vecchio si allungò sulla sedia di legno guardando il bicchiere ormai vuoto e rigirandolo tra le mani nodose, quasi a studiarne la forma per  poi riprodurlo in una delle sue famose nature morte.
Natura morta
Era un pittore quotato, l’originalità e la creatività le sue qualità essenziali, ma soprattutto era in grado di rappresentare i propri sentimenti e le proprie idee attraverso immagini efficaci; le sue tele comunicavano sempre qualcosa. Nei rari momenti di socialità la sua “vocazione” era l’unico argomento di dialogo: la sua arte e il calore dei colori che con lievi pennellate animavano le sue tele.
I colori...vita di un pittore!

Ma ora c’era solo la sigaretta, il bicchiere vuoto, i suoi occhi spenti e le mani tremanti.
- Se almeno conoscessimo il suo nome, un recapito. – disse George – Pover’uomo, mi fa pena.
- Portiamolo a casa nostra! – replicò deciso Robert. I due ragazzi dividevano infatti un piccolo appartamento che avevano affittato quando si erano trasferiti per frequentare l’Università. Il lavoro serviva loro a coprire parte delle spese, il resto era sostenuto dalle rispettive famiglie.
- Solo per questa notte. Potrà dormire sul divano. – aggiunse prevenendo la reazione dell’amico, che dopo un attimo di esitazione, spostando lo sguardo da Robert al vecchio, annuì.
Non fu facile sostenere l’uomo, che non riusciva a stare eretto; le gambe malferme lo sorreggevano appena. Non sembrava rendersi conto di nulla, era come perso nel limbo, senza cognizione di ciò che accadeva intorno a lui. A fatica i ragazzi riuscirono a raggiungere l’abitazione, che fortunatamente si trovava al pianterreno. Anche le ultime forze erano scemate nel vecchio, che crollò sul divano, gli occhi chiusi e il respiro pesante. George prese dall’armadio una coperta di lana, che appoggiò con delicatezza su quel corpo inerte. Pensò a suo nonno, che era caduto nella spirale dell’alcol dopo la morte della moglie. Si chiese quale fosse la motivazione che spingeva quell’uomo ad annientarsi, perché era questo che stava facendo. Robert intuì gli interrogativi dell’amico e disse pacatamente:- Forse domani ne sapremo di più.  La campanella suonò un'altra volta. Il cargo scivolava sul fiume e suonava ad intervalli regolari per avvisare il passaggio attraverso il compatto e lattescente muro creato dalla nebbia.
Un cargo scivolava...
Nessuno dei due giovani si era accorto prima delle unghie bordate di nero, del pelo ispido che usciva dai polsini della camicia e della barba incolta. Decisamente l’uomo non aveva nulla di distinto quella sera, ma piuttosto l’aspetto di un beggar.
Inaspettatamente alzò la testa, scostò con gesto fulmineo la coperta e scattò in piedi, trapassando i ragazzi con uno sguardo malvagio. L'illuminazione del Bluebarry non era delle migliori, e solo ora notavano costernati che la fisionomia dell’uomo era cambiata e sembrava in continua mutazione col passare dei minuti. Arretrando biascicava parole senza senso, gli occhi iniettati di sangue.
Lo sguardo altrove!
I ragazzi cercarono di calmarlo con parole studiate e con molta calma, ma il vecchio guadagnò la porta e sparì nella coltre di nebbia spessa e maleodorante. George e Robert si guardarono sorpresi e si strinsero nelle spalle, in pace con la loro coscienza. Avevano fatto ciò che ritenevano fosse giusto, cercando di aiutare un uomo in difficoltà. L’insegnamento e soprattutto l’esempio dei genitori e dei nonni erano stati importanti. Due bravi ragazzi, ecco cos’erano diventati. Decisero di non seguire quello strano individuo e, stanchi dopo lo studio e il lavoro, andarono a dormire.
Là fuori, lungo le sponde del fiume, il vecchio camminava. Il passo, prima lento, divenne veloce, sempre più, finchè solo un’ombra in lontananza fu appena percettibile dal pontile.
Solo un'ombra nella notte!
Accaddero cose strane quella notte. Gemiti e urla straziarono il silenzio, nei cortili molti cani cominciarono ad ululare, la nebbia non si diradò fino al mattino seguente. - Oh, no! – esclamò George – Non ho sentito la sveglia, di nuovo! – Ed uscì dalla camera come un forsennato. Era in ritardo per la lezione di diritto costituzionale.  - Faccio la doccia e scappo! – disse a Robert che stava facendo colazione con uova, bacon, pane tostato e caffè naturalmente.
Colazione all'inglese!
- Ok, ma fa’ presto che ho lezione anch’io! – bofonchiò l’amico con la bocca piena. I due si lasciarono poco dopo, dandosi appuntamento alla biblioteca del Campus. Le lezioni, le solite ricerche, poi a casa a studiare e alle 18,30 al lavoro, come sempre. Quando George arrivò all’Università, una gran folla di studenti sostava in gruppi, fuori dagli edifici. Facce scure, impaurite ed espressioni sgomente sostituivano quelle distese e sorridenti che vedeva di solito. Si avvicinò a Bill, suo compagno di corso, chiedendogli cosa stesse succedendo.
- Hanno trovato due studenti dissanguati nel parco del Campus e due accessi letteralmente distrutti. Non so dirti altro. Sta per arrivare la polizia. Il Vice Cancelliere  Borysiewicz ha disposto che nessuno di noi entri.  - Dissanguati? Ma che stai dicendo? È raccapricciante!  George stentava a credere a ciò che Bill gli aveva detto. Guardandosi attorno avvertì l’odore della paura che aleggiava nell’aria. Si udivano le sirene delle auto della polizia che stavano arrivando, e ben presto furono visibili i lampeggianti.  La Cambridge University, considerata fra i migliori centri universitari britannici e mondiali, era ora teatro di un efferato delitto. Il sole era già alto nel cielo quando all’interno di un  imponente edificio, in quello che era inequivocabilmente un laboratorio chimico, Edward cercò di mettere a fuoco ciò che lo circondava.
E nella mente...il vuoto!
Era appoggiato al bancone di marmo, seduto scompostamente su uno sgabello. Il mal di testa era martellante, aveva la sensazione che mille spilli gli attraversassero le tempie, il bruciore agli occhi  gli impediva di vedere nitidamente e nemmeno la lacrimazione riusciva a dargli sollievo. Era esausto, svuotato di ogni energia e non ricordava niente delle ore precedenti, solo qualche flash gli riportava immagini indefinite.
In bocca avvertiva un forte sapore metallico. Si avvicinò al lavandino e sputò un po' di saliva. Si bagnò poi le labbra e la fronte.
...si bagnò le labbra e la fronte.
Riacquistando un barlume di lucidità mise a fuoco gli alambicchi che occupavano quasi tutti i tavoli, e successivamente ogni altra cosa. Si versò un bicchiere d’acqua e la sorseggiò con calma, sedendo di nuovo. Iniziò a ricordare…l’esperimento…l’incidente! A terra vetri in frantumi e un liquido rappreso. Reginald l'aveva avvertito più volte di usare ogni precauzione durante le fasi di preparazione dei composti chimici. In parte era stata fatalità, in parte il mancato rispetto delle principali norme di sicurezza, non per incoscienza, ma a causa delle scarse risorse che lo studioso aveva a disposizione. La scorta di guanti in lattice era terminata, e così quella delle mascherine, indispensabili durante l’uso di sostanze pulverulente per non danneggiare l’apparato respiratorio. Il bruciore agli occhi era conseguenza del mancato uso degli occhiali di protezione. In effetti Edward lavorava in un ambiente assolutamente inidoneo. Stava spostando un’ampolla colma del suo ultimo preparato, quando era inciampato e cadendo in modo scomposto si era ritrovato sul pavimento, faccia a terra, con la bocca bagnata dal preparato. Gli effetti erano stati immediati: la testa confusa, il disorientamento, la difficoltà di respirazione, il battito cardiaco accelerato.
Il vuoto nella mente!
Gradualmente le sue condizioni sembrarono migliorare, e il chimico decise di rimuovere dal pavimento i vetri e il liquido, cercando di non inalare l’odore acre e pungente che ancora il composto emanava. Aveva deciso di proseguire il lavoro, rimanendo nel laboratorio fino a tardi, soprattutto per indagare meglio sui componenti che aveva usato. Sperava che l’incidente non producesse ulteriori malesseri. Inoltre una dose isolata sarebbe stata eliminata in ventiquattr’ore attraverso l'urina, bevendo più acqua del solito. All’imbrunire aveva deciso di uscire e andare a mangiare un boccone. Si ritrovò all’esterno e un brivido di freddo lo avvolse. Una fitta nebbia era salita, ma ormai c’era abituato. Ciò che non sopportava era l’umidità che gli entrava nelle ossa. Alzò il bavero della giacca e si affrettò, dirigendosi verso il Bluebarry. Pregustava già una buona zuppa e una porzione di roast beef  con patate, il tutto condito dal gravy e  annaffiato da un boccale di birra.  Camminando ripensò all’incidente e, mentre rimuginava sulla sua disattenzione, vide un'ombra che si aggirava furtivamente nei paraggi. Si muoveva a scatti, velocemente, senza seguire un percorso ben definito. Infine si incrociarono. Edward si trovò davanti quello strano individuo, che gli sbarrava la strada impedendogli di proseguire. Si udiva un furioso abbaiare di cani. L’uomo, il cui volto semicoperto dal cappuccio sul capo si vedeva solo parzialmente, era di un pallore innaturale. Stava per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa quando fu violentemente spinto contro il muro e afferrato per le spalle. Fu allora che notò gli occhi di un rosso intenso ed ebbe paura. Tentò di sfuggire alla sua furia, difendendosi strenuamente, ma la forza dell'altro era impari e lui era un burattino nelle sue mani. Pensò che fosse giunta la fine, quando due enormi cani lupo sopraggiunsero. Si fermarono ringhiando, mostrando denti affilati, pronti all’attacco.
Pronto all'attacco!
Accadde in un attimo: i cani si lanciarono e iniziò la lotta. L’uomo era forte e attaccava con veemenza, procurando ferite profonde ad entrambe le bestie, ma infine dovette cedere e si dileguò. Era stato troppo per Edward, che aveva perso i sensi accasciandosi al suolo. Ora, guardandosi attorno, si domandava come avesse fatto ad arrivare fino al laboratorio. Si guardò le mani e notò sotto le unghie sporco mescolato a quello che sembrava sangue. Sui polsi profondi graffi che si era forse procurato durante la lotta nel tentativo di difendersi. Decise di andare in bagno per lavarsi, e  la sua immagine riflessa nello specchio gli mostrò una barba insolitamente lunga. Automaticamente guardò l'orologio appeso alla parete sopra il calendario. Era trascorsa un’ora circa da quando aveva lasciato il Campus per recarsi al Bluebarry, ma i morsi della fame gli suggerirono che non vi era mai giunto. Udì sirene in lontananza. Reginald si svegliò confuso quella mattina. Ricordava vagamente di essere stato aiutato dai camerieri del pub a percorrere un tratto di strada quando l'attesa dell’amico con cui aveva appuntamento era diventata vana. Si rivide in un minuscolo appartamento, sdraiato su un divano, con  una coperta posata sulle spalle. Sapeva che i suoi ricordi si riferivano a fatti reali, tuttavia era come rivivere un sogno. Si vergognò di se stesso rammentando di aver reagito in modo aggressivo alla gentilezza di quei ragazzi, uscendo senza un grazie. Aveva bevuto troppo, ne era consapevole e il mal di testa ne era inevitabile conseguenza, ma la preoccupazione per Edward l'aveva sopraffatto e nella lunga attesa si era scolato diversi bourbon.
Troppo Bourbon!
Si erano accordati per incontrarsi al Bluebarry, che l’amico frequentava saltuariamente. Lui invece era un cliente abituale. Era lì che sperava di  trovare potenziali acquirenti per le sue tele, che il proprietario del locale aveva accettato di esporre. Avevano condiviso la passione per la chimica, ma poi  le loro strade si erano divise. Edward era diventato alchimista a tutti gli effetti e trascorreva giornate intere fra le sue ampolle.
Le ampolle di un alchimista
Di recente aveva preso con sé un giovane apprendista, uno studente del Campus dal carattere particolare che si rispecchiava nel suo aspetto un po’ trasandato. Tuttavia le basi del ragazzo erano abbastanza buone ed era in grado di aiutarlo nelle preparazioni galeniche, commissionate dalle farmacie locali e i cui proventi gli permettevano di vivere decentemente. Un ulteriore vantaggio derivante dal contributo dell’assistente era il maggior tempo che poteva dedicare ai suoi arditi esperimenti. Reginald aveva più volte insistito con l'amico affinchè stesse attento a ciò che maneggiava. Temeva per la sua incolumità e che potesse verificarsi qualche incidente in quel laboratorio fatiscente. Se il Vice Cancelliere lo avesse scoperto le conseguenze sarebbero state serie e forse avrebbero fine alla sua attività di ricercatore. Non capiva perchè volesse stare lì a tutti i costi, ma Ed gli disse un giorno che grazie al suo discreto apprendista poteva accedere alle risorse del laboratorio di chimica dell’Università, procurandosi sostanze che altrimenti non avrebbe potuto permettersi di acquistare. Dal canto suo Reginald aveva di gran lunga preferito dilettarsi con i pennelli, trasformando quello che inizialmente era solo un hobby in arte redditizia.  Era piuttosto quotato e la sua originale tecnica pittorica gli aveva assicurato una vasta clientela; le commissioni si erano moltiplicate permettendogli una vita agiata. La pittura assorbiva molto del suo tempo, ma non gli aveva impedito di mantenere viva l'amicizia con Edward e il suo interesse per la chimica. Si teneva aggiornato e conosceva bene i componenti che Ed impiegava ed i loro effetti sia sulla cute che sugli organi interni. L'amico gli aveva raccontato che anche il suo assistente maneggiava con perizia i composti chimici, tanto che aveva deciso di coinvolgerlo in un progetto alquanto ardito. In poche parole gli aveva spiegato in cosa consistesse e a Reginald si erano letteralmente rizzati i capelli in testa.  - Stai scherzando col fuoco Ed! Sai quanto può essere pericoloso sperimentare in questo campo, per non parlare delle sostanze che intendi usare. E non posso credere che tu voglia permettere ad uno studentello del secondo anno di interagire con te. Se dovesse accadere qualcosa potresti trovarti in guai grossi. - Sempre pessimista eh! – aveva commentato Edward – Stai tranquillo, ho tutto sotto controllo. Si erano incontrati ancora nei mesi successivi e, incalzato dalle sue domande,  aveva rassicurato l’amico pittore, dicendogli che tutto procedeva per il meglio. Poi gli impegni. Per Reginald la prima mostra dei suoi lavori che riscosse un discreto successo, il restauro di un dipinto che un cliente aveva trovato nella soffitta dei genitori; per Edward il suo ambizioso progetto che stava prendendo corpo. Si erano persi di vista, fino ai due mesi precedenti. Da allora il precipitare degli eventi aveva condizionato tutta la loro esistenza.
Edward accese la prima sigaretta della giornata, volute di fumo si levarono in alto.
La prima sigaretta della giornata
La luce del sole tiepido di Londra entrò dalla finestra ed illuminò il volto del vecchio, segnato da profonde rughe.
In lontananza, sirene disturbavano la quiete che solitamente regnava in quella zona del Campus.
A fatica Reginald si alzò dal letto. Era ancora vestito e solo pochi frammenti di memoria facevano riemergere alcuni eventi della sera precedente, ma erano troppo confusi per metterli a fuoco. Decise di uscire per fare una colazione decente, dal momento che la sua dispensa era vuota, ma passando davanti allo specchio dell’ingresso quasi non si riconobbe. La barba lunga e l’abito stracciato non gli conferivano certo un aspetto decente. Non riuscì a darsi una spiegazione del suo stato. Si rese conto che non poteva farsi vedere in quelle condizioni. Fece dunque una doccia calda, che lo ritemprò. Nel vecchio armadio cercò degli indumenti puliti, trovando solo una camicia già usata e un unico paio di pantaloni, di tessuto troppo leggero da indossare nel tardo autunno. Tuttavia non ebbe scelta e si ripromise di comprare qualcosa al mercatino dell’usato, l’unico punto vendita in cui  le sue esigue finanze gli avrebbero consentito di fare qualche acquisto. Erano finiti i tempi dell’agiatezza. Da tempo non vendeva un quadro e pian piano aveva dato fondo a tutti i suoi averi. La sua condizione rasentava l’indigenza ed era peggiorata ulteriormente dall’ultima visita a Edward, il mese scorso. Ricordò di essersi recato nel suo laboratorio, per cercare ancora una volta di dissuaderlo dal mettere in atto il suo progetto e di non coinvolgere più Rupert, il suo assistente. Possibile che non si rendesse conto dell’esaltazione di quello strano ragazzo, che spesso rimaneva ore ed ore a trafficare con composti che miscelava, alla ricerca di una formula che avrebbe cambiato le sorti dell’umanità, a suo dire?
Quando la frenesia ha il sopravvento
Più il tempo passava anzi, più Edward sembrava assorbito dagli esperimenti. Reginald non riconosceva quasi più in lui l’amico con cui aveva condiviso gran parte della sua vita ed era fortemente intenzionato a farlo ragionare. Era stato proprio l’assistente ad aprirgli la porta, e nel preciso momento in cui era entrato, un’esplosione avvenne nel “regno degli alambicchi”, come lo definiva scherzosamente Edward, e una nube di vapori tossici si diffuse in tutto il locale. Inalarli fu inevitabile e Reginald perse conoscenza. Quando si riebbe, il suo amico e Rupert erano chini su di lui.  - Nulla di grave, vecchio mio, nulla di grave! – aveva detto Edward aiutandolo ad alzarsi. - È successo anche a noi e come vedi stiamo bene. È stato solo un incidente.
Ripensando a quell’avvenimento, Reginald si rese conto che da allora nulla era stato più come prima: vuoti di memoria, fatti inspiegabili…non si sentiva più padrone di se stesso. Decise di tornare al Campus e dare una risposta alle tante domande che gli affollavano la mente. Percorse il lungo tratto di strada che portava all’edificio dove era situato il laboratorio.
Il fatiscente "regno degli alambicchi" di Edward

Edward stava rimuginando sull'accaduto della sera precedente mentre si lavava accuratamente le mani e sotto le unghie cercando, con uno spazzolino, di togliere i residui di nero e di sangue.
Guardandosi allo specchio fu colto da un attacco di panico. Non riusciva a mettere a fuoco l’accaduto.
Chiamò Rupert, ma gli rispose solo l'eco della propria voce. Nel laboratorio regnava il disordine. Ampolle rotte qua e là davano l'impressione di essere state spazzate via da una furia cieca e incontrollabile. Cercò di riprendere il controllo di sé e di riflettere. Rupert, ultimamente, era piuttosto schivo. Sembrava non stesse bene, a giudicare dal pallore del viso. Una volta, mentre lavoravano insieme, le loro mani si sfiorarono. La pelle del ragazzo era fredda come ghiaccio. Ad un’osservazione più attenta Ed aveva notato la sua forza, che manifestava nel sollevare oggetti molto pesanti e la velocità nei movimenti. Sembrava inoltre invasato mentre lavoravano al loro progetto, smanioso di concludere la ricerca. Assorto nei suoi pensieri, ad un tratto ricordò Reginald. Aveva appuntamento con lui al Bluebarry  la sera precedente, ma non vi era mai giunto. Era ancora vivo, nella sua mente, il ricordo dello scontro violento con quello strano individuo e le percosse subite che gli avevano lasciato ematomi e contusioni. Doveva assolutamente parlare con l’amico. Dall'esplosione accidentale nel laboratorio non lo aveva più visto e temeva il peggio. Conosceva bene gli effetti tossici di certi preparati. Non riusciva a perdonarsi di non essersi assicurato che stesse bene, per questo gli aveva chiesto di incontrarlo al Pub. Il suono delle sirene, sempre più forte, si spense. Edward si rese conto che, di qualunque mezzi si trattasse, erano al Campus. Decise di uscire per capire cosa fosse successo, si affrettò a raggiungere la porta e, quando l’aprì si trovò faccia a faccia con Reginald, all’apparenza ancora più stupito e spaventato di lui, che gli fece cenno di tacere con un dito sulle labbra e lo indusse a rientrare. Dovevano parlare, dovevano assolutamente parlare degli ultimi eventi. - C’è la polizia fuori, e ho sentito che sta arrivando l’ambulanza. Sono stati rinvenuti due cadaveri Ed, due studenti del Campus sono stati massacrati.
- Cosa? Ma…chi…come… - Non ne ho idea. Ne sapremo presto qualcosa. C’è qualcosa di più urgente di cui occuparci. Ed annuì. Si scoprirono ad osservarsi reciprocamente, e l’espressione dei loro volti lasciava trapelare lo sgomento nel vedersi…diversi in qualche modo. Le mani, i tratti somatici…qualcosa era mutato. La mente di entrambi, almeno in quel momento, trasmetteva normali impulsi. Si sentivano … Reginald ed Edward, e tanto bastava. Ma per quanto tempo? I periodi recentemente vissuti in stato confusionale e altri inquietanti particolari erano più che sufficienti a rimuovere le loro certezze.  George era fuori, con gli altri studenti. Robert lo chiamò e lo raggiunse. Era già al corrente dell’accaduto e sconvolto come tutti. Il vice cancelliere era visibilmente nervoso, e ne aveva validi motivi: in una cittadina tranquilla come quella un crimine così efferato, e nel Campus universitario poi. Il capo della polizia gli si avvicinò e parlarono per qualche minuto, poi fu annunciato con l’altoparlante che le lezioni sarebbero state sospese fino a data da destinarsi. Studenti e professori furono pregati di lasciare il Campus per dar modo agli agenti di procedere con le indagini. -Che diavolo stai combinando Edward? Sei impazzito? – esclamò Reginald scuotendo l’amico per le spalle. – Guardati attorno! Che sorta di esperimento ha prodotto…questo! – aggiunse lasciando la presa e barcollando all’indietro. L’aria era ancora irrespirabile. – Usciamo di qui, mi devi delle spiegazioni Ed. L’altro annuì e, indossato l’impermeabile, sostenne l’amico mentre salivano le scale per raggiungere l’uscita. L’ingresso al laboratorio era seminascosto da alberi e cespugli, in una zona del Campus poco frequentata, tanto che l’esplosione era passata inosservata, altrimenti le conseguenze sarebbero state poco piacevoli. Edward non aveva alcuna autorizzazione ad operare come ricercatore e chimico, sebbene avesse conseguito una laurea, e il laboratorio era stato allestito senza regolare permesso. In sostanza tutto avveniva nell’illegalità e nella massima segretezza.  Raggiunsero il parco e sedettero su una panchina, respirando aria pura a pieni polmoni. - Ti assicuro che ho seguito la procedura con la massima cautela. Ho versato in un contenitore di vetro graduato da 500 ml, 250ml di acqua reale, fatta con tre parti di spirito di sale e uno di spirito di nitrato. L’ho riscaldato a 40ºC, su un piccolo forno elettrico in bagno di sabbia. Ho aggiunto gradualmente, affinchè si dissolvesse, del mercurio minerale  polverizzato in modo molto sottile… -Sai bene che questa operazione dovrebbe essere effettuata all’esterno o in un posto ben ventilato, a causa dei gas tossici che vengono emanati. E tu l’hai fatta in quel…in quella cantina del cavolo! – sibilò Reginald. -Mi tenevo a debita distanza. Purtroppo avevo finito le mascherine. Comunque, quando il cinabro non si è più dissolto nell'acqua reale, ho filtrato con del cotone la soluzione del bicloruro di mercurio con un imbuto di vetro, in un pallone in Pyrex. -Spero tu non abbia permesso che si cristallizzasse. Sai bene quanto può diventare corrosivo! -No, no!  Sono stato attento. Poi ho versato 500ml di acqua di sorgente in un vaso di vetro a bocca grande, l’ho riscaldata a 40ºC, ho aggiunto del sale tartaro canonico e ho mescolato il composto con un'asta di vetro fino a saturazione. -D’accordo…conosco il procedimento. – lo interruppe Reginald - Hai versato nella soluzione alcalina la soluzione di bicloruro, che  ha provocato effervescenza dalla reazione chimica, creando un precipitato rossastro marrone, che è diventato più spesso. L’hai trasferito  in una grande pentola di porcellana aggiungendo acqua di rubinetto sufficiente per riempirla e l’hai lasciato riposare. Non è così?
-Naturalmente! Poi ho fatto defluire  l’eccesso di acqua con la decantazione, ripetendo il processo, fino a quando l'acqua non ha perso la sua acrimonia. Ho asciugato la calce di mercurio su un forno elettrico in bagno di sabbia e l’ho macinata fino ad ottenere una polvere sottile in un mortaio di porcellana, quindi l’ho passato in un setaccio da 60 linee per centimetro. Come ben sai questa calce canonica di Mercurio serve per l'estrazione della sua tintura dallo stesso processo, come l'estrazione della tintura Marte. - Alla fine del processo il preparato può diventare detonante. Tu lo sai bene, quindi devo presumere che l’esplosione sia stata la conseguenza di mancanza di attenzione nella fase finale, la più delicata, quando la soluzione deve essere maneggiata con attenzione estrema. Devo dedurre inoltre che la quantità del prodotto fosse eccessiva dati gli effetti devastanti. Dimmi che non hai permesso al tuo assistente di metterci le mani! - Ho cercato di impedirgli qualunque intervento, ma ti confesso che negli ultimi tempi Rupert è cambiato. Non mi dà ascolto e si arroga il diritto di sperimentare quello che vuole, specie quando sono nella mia camera a riposare.
- Non dirmi che dormi ancora in quel “loculo” attiguo al laboratorio! Sei completamente folle! Per anni hai respirato i fumi dei tuoi esperimenti, anche quando dormivi, ed ora hai coinvolto anche me in questa pazzia. Guardami! Vedi come sono ridotto? Ed è così che ti vedo anch’io Ed. Dobbiamo allontanarci da qui e cercar di capire cosa ci stia accadendo, prima che sia troppo tardi.
-Ma Rupert… - A Rupert penseremo dopo. Il Campus è fin troppo presidiato dopo quello che è successo. Se ci trovassero nascosti qui e nelle condizioni attuali, la polizia ci arresterebbe di sicuro. Cercano degli assassini e noi ne abbiamo tutto l’aspetto.
Dietro uno dei cespugli più folti Rupert sorvegliava l'accesso al laboratorio. Quando aveva sentito le sirene e si era nascosto seguendo ciò che gli dettava l’istinto e non la ragione.  Vide Edward e Reginald uscire con circospezione e allontanarsi, cercando di passare inosservati.. Non ebbe il coraggio di farsi vedere. Sapeva che il laboratorio era distrutto per la sua presunzione e per iniziative che mai avrebbe dovuto prendere senza consultare il suo mentore. Tutto era cominciato con il composto a cui Edward stava lavorando. Lo assisteva e gli porgeva i componenti che l’altro gli chiedeva, non soddisfatto dai risultati finora ottenuti. Mentre il professore si stava concentrando sugli appunti, verificando dosaggi ed elementi, lui aveva aggiunto di sua iniziativa una parte considerevole di bicloruro di mercurio senza filtrarlo e altre sostanze che stava studiando e che riteneva basilari per completare la preparazione. A quel punto avevano sentito bussare. Edward aveva pregato Rupert di andare ad aprire. Solo Reginald conosceva l’ubicazione del laboratorio e non poteva che essere lui. L’amico infatti era appena entrato assieme all’apprendista, quando Ed, pregandolo di aspettare un momento, aveva aggiunto un elemento al composto e l’esplosione era stata immediata.
L'esplosione!
Il ragazzo ricordava bene lo spostamento d'aria che aveva scagliato tutti e tre violentemente contro il bancone, poi nulla. Era stato lui il primo a riaversi e a soccorrere il professore. Poi entrambi si erano presi cura di Reginald, che era ancora svenuto. Vedendo in che stato era ridotto il suo laboratorio, Edward si era disperato ed aveva cominciato ad imprecare contro se stesso maledicendosi, convinto di essere il solo responsabile dell’accaduto. Vedendo poi l’amico ancora molto provato e dolorante si era calmato. Avrebbe indagato in seguito sulle cause dell’esplosione. Preso del ghiaccio dal piccolo frigo che per fortuna era intatto, lo aveva avvolto in un panno e posto con delicatezza sul gonfiore alla testa di Reginald, che evidentemente l’aveva battuta forte.
Easy Ice
- Meno male che siamo lontani dalle palazzine principali! Non dovrebbero essersi accorti di nulla, ma dobbiamo esserne certi. Rupert, vai a controllare fuori. Il ragazzo aveva aperto appena la porta, sporgendosi col capo e cercando di captare qualsiasi rumore sospetto, ma fuori tutto sembrava tranquillo e lo aveva detto al professore, aggiungendo che era ora per lui di tornare a casa. Aveva salutato frettolosamente ed era uscito. Appena fuori dal Campus si era diretto verso il bosco vicino, il passo sempre più veloce, finchè gli era sembrato di correre a perdifiato mentre il cuore, impazzito, era come trafitto da dolorose stilettate, togliendogli il fiato.
Il cuore trafitto!
Aveva vagato senza meta per il resto del giorno, infine aveva raggiunto la Student's home ed era salito nella sua camera, ma stranamente non avvertiva stanchezza né sonno e tantomeno fame, solo un gran sete. Afferrata la bottiglia dell’acqua  ne aveva bevuto alcuni sorsi, che tuttavia non avevano dato sollievo alla sua gola riarsa. Voleva delle risposte, ed aveva aperto il Moleskine,  rileggendo  le numerose formule che aveva scritto, le annotazioni ai bordi e le  correzioni.
Moleskine
In fondo all’ultima pagina aveva scritto “God save the queen and us”. Che la ricerca fosse ardita non era un mistero per lui, ma non la riteneva pericolosa. Ora, alla luce degli ultimi avvenimenti, ne aveva conferma. Doveva assolutamente tornare al laboratorio. Gli operatori della scientifica avevano circoscritto la zona in cui erano stati rinvenuti i corpi delle vittime e anche nei pressi dei due accessi distrutti. Le porte erano divelte, ma non v’era traccia di esplosivi. I maniaci del paranormale ipotizzavano già presenze aliene dalla forza sovrumana e sul web la notizia si era diffusa, creando il panico soprattutto nei genitori i cui figli erano studenti in quel campus. Cellulari squillavano in continuazione, tanto che il Vice Cancelliere decise fosse opportuno rilasciare una dichiarazione a mezzo stampa. I giornalisti infatti si erano precipitati come avvoltoi sulla preda dopo le “soffiate” dei loro contatti. Borysiewicz scelse la BBC, maggiore rete televisiva. Non fece apertamente cenno ai delitti, su divieto della polizia, anche se ormai la cosa era di dominio pubblico vista la fulminea diffusione della notizia su Internet e tramite la stessa BBC, ITV e FIVE; esortò alla calma e alla prudenza, auspicando una veloce risoluzione del caso e garantendo che le forze di polizia stavano facendo il possibile per assicurare il colpevole alla giustizia.
Rupert si accertò che il professore e il suo amico non si trovassero all’interno del laboratorio e quando ne ebbe conferma entrò, richiudendosi la porta alle spalle. L’aria era satura di fumi tossici, ma stranamente la cosa non gli procurava alcun malessere. Si guardò attorno. Alambicchi in mille pezzi sul pavimento, insieme a molti altri frammenti di varia natura. Il laboratorio era distrutto e sarebbe stato arduo individuare le cause dell’esplosione. Ma egli doveva saperlo! Era stata la sua imperizia e la presunzione di sentirsi migliore del suo maestro che lo aveva indotto ad agire senza la supervisione di Edward, sovraccaricando il composto, divenuto instabile al punto da detonare. Ma c’era dell’altro. Il maldestro assistente non si era accorto di aver aggiunto della fenciclidina, una sostanza allucinogena molto potente, dall’effetto psichedelico e dissociativo.
Fenciclidina
Rupert la usava da qualche mese per degli esperimenti che svolgeva all’insaputa del suo mentore, ben conscio che egli glielo avrebbe impedito. – Non puoi “giocare” a fare l’alchimista se non possiedi gli strumenti mentali per farlo nel modo giusto. – ripeteva sempre il maestro. Ora ne era consapevole.
Raggiunto il palazzo in cui viveva Reginald, i due amici entrarono in casa senza farsi notare dai vicini. Non avrebbero saputo trovare spiegazioni convincenti a giustificare il loro tremendo aspetto.
Erano entrambi provati dagli ultimi avvenimenti, Edward, conscio di aver provocato l’inizio di una catena di eventi che temeva di non riuscire più a controllare, sedette sul divano prendendo il capo tra le mani. “ Che cosa ho fatto! Che cosa ho fatto!” – ripetè disperandosi.
- Cerca di calmarti ora – gli disse Reginald altrettanto scosso, ma più lucido dell’amico – in questo momento nessuno di noi due è in grado di ragionare. Abbiamo bisogno di mangiare e di un buon caffè. Mi do una ripulita e vado a comprare qualcosa. Tu intanto fatti una doccia e cambiati, nel mio armadio troverai dei pantaloni e una camicia. Non aspettarti roba di lusso, ormai sono ridotto a fare acquisti al mercato dell’usato, ma…meglio di quello che hai indosso…
La caffeina ebbe l’effetto sperato e il pur frugale pasto calmò i morsi della fame.
-  Mi aspetto delle spiegazioni, amico mio. Ti avevo avvertito che stavi percorrendo una strada pericolosa, ma tu hai perseverato, e hai coinvolto quello studentello esaltato. Mi sembri Paracelso redivivo, che spese tutta la sua vita alla ricerca di nuovi composti, di nuovi arcani e quintessenze.
Paracelso

- Paracelso era un uomo di genio, Reginald. - Indubbiamente, ma era ossessionato dai suoi studi e la sua arroganza inaccettabile. - Tuttavia la sua pomposità trovava valido motivo di essere nei suoi studi. Egli apprese  le proprietà del mercurio, creò cure portentose…era sul punto di creare la vita in un’ampolla…
- Ma apri gli occhi! Il suo carattere focoso gli alienò i seguaci e cominciò a bere, tanto che da essere additato come un ubriacone! E guarda come ti ha consumato la tua ricerca dell’elisir di eterna giovinezza! Gli esperimenti sulla mutazione genetica sono pericolosi Ed, devi farla finita una volta per tutte, prima che sia troppo tardi! Edward guardò l’amico, soppesando ogni parola ascoltata, poi scosse il capo:- Temo sia già troppo tardi. Rupert, le cui condizioni fisiche mutavano in continuazione, avvertiva ora un dolore lancinante alla testa; dopo aver preso due aspirine e un the, si era accasciato sulla brandina di Edward, spossato e tormentato dai sensi di colpa, finchè non si era addormentato. Un sonno non certo tranquillo. Spasmi e lamenti lo facevano sussultare spesso. Era presumibilmente in preda a incubi spaventosi. Si svegliò di soprassalto. Di nuovo quella sensazione di sete e la gola secca. Raggiunse il piccolo bagno e bevve dal rubinetto, poi alzò il capo e lo specchio gli restituì un volto pallido e occhi segnati da profonde occhiaie. Era disorientato e pensò fosse prudente uscire e non respirare altri fumi tossici. - Forse tra qualche giorno tutto tornerà alla normalità. – pensò. Afferrò la bottiglia d’acqua sul bancone, ignaro che fosse rimasta aperta da giorni e quindi contaminata, poi si chiese se fosse prudente andar fuori, con la polizia, gli studenti, la stampa in giro per il Campus. Esitò e sedette a terra per riflettere. Lo preoccupavano i vuoti di memoria che non gli permettevano di ricostruire gli eventi dal momento dell’esplosione fino ad allora.

Vuoto nella mente!

Ora avrebbe fatto di tutto per tornare indietro. Capiva finalmente che i consigli di Edward erano decisamente appropriati e se li avesse seguiti la situazione non sarebbe degenerata a tal punto.
Si augurava di non avere più allucinazioni. Il ragazzo decise di uscire comunque dal laboratorio per non inalare altre tossine e si nascose in un casottino in legno dove il giardiniere riponeva gli attrezzi, ma portò con sé la bottiglia d’acqua, continuando a bere a piccoli sorsi per placare l’arsura che gli seccava la gola. Intanto il coroner era arrivato con la sua squadra di collaboratori per prelevare i cadaveri e portarli all’obitorio della centrale dove sarebbe stato eseguito l’esame autoptico, al fine di far luce sulle cause della morte. La loro identità era ormai nota agli investigatori; si trattava di un fresher e di un assistant professor, entrambi troppo giovani per quella morte assurda. Le famiglie erano state avvisate con molto tatto dal Vice Cancelliere e nessuna notizia era ancora stata data alla stampa. Gli studenti già interrogati dalla polizia avevano lasciato il Campus, altri attendevano il loro turno, stanchi e impazienti di tornare a casa. Non sarebbe stato facile lasciarsi alle spalle l’accaduto. E come potevano? Nessuno si sarebbe sentito più al sicuro finchè quella che ormai tutti definivano “la bestia” non fosse stata catturata.
Quando finalmente il sole tramontò, lasciando la parte del Campus dove si trovava Rupert nella semioscurità, il ragazzo si decise ad uscire furtivamente.
Il tramonto
Doveva allontanarsi in fretta se voleva sfuggire ai controlli dei guardiani e al fiuto dei cani che li accompagnavano, ma non si sentiva più lucido nonostante l’aria frizzante della sera, anzi barcollava e la testa gli girava al punto che era disorientato e più confuso che mai. Non riusciva a comprenderne il motivo dato che si era allontanato dal laboratorio da ore. Usò l’ultima acqua rimasta per bagnarsi il viso, nel tentativo di riprendere il controllo di sé e delle proprie azioni. Rasentando il muro di cinta scivolò fuori dal grande cancello e si ritrovò in strada. Ricordò la sua intenzione di raggiungere il suo maestro, ma ora non era più tanto sicuro che fosse una buona idea. Come avrebbe reagito Edward alla sua confessione di aver manipolato il suo esperimento, viste le catastrofiche conseguenze? Tuttavia si convinse che lui e il suo amico Reginald avrebbero potuto aiutarlo ad uscire dall’incubo che stava vivendo. Non aveva più percezioni chiare, il passato prossimo era confuso e il futuro lo spaventava a morte.  - Coraggio Rupert – si disse – non fare il codardo…sei stato un idiota, sì…un vero idiota.
Conosceva l’indirizzo di Reginald, era stato a casa sua una o due volte assieme al professore, ma era passato del tempo. Tentò di orientarsi, di trovare punti di riferimento che lo aiutassero. Un Pub! – pensò – C’era un Pub poco distante  dalla casa…il Bluebarry…sì, è quello il nome.
Il ragazzo accelerò il passo e raggiunse il Mathematical bridge, sopra il fiume Cam, nei pressi del Queens’ College, si appoggiò al parapetto e respirò a fondo. L’aria era umida e fredda.
Mathematical bridge
Una forte tensione muscolare si estese dalle spalle al collo, poi al cuoio capelluto e infine alla mascella, accompagnata da un senso di nausea. La vista gli si annebbiò per qualche secondo e poi tutto il suo corpo cominciò a fremere e le vene pulsavano all’impazzata. Il ragazzo non c’era più, una creatura dura e cinica aveva preso il suo posto. Un urlo disumano squarciò il silenzio notturno, raccapricciante per chi lo udì. Si accesero luci alle finestre, alcuni uomini si riversarono in strada armati. Dopo gli ultimi tragici avvenimenti nessuno si sentiva al sicuro. Rupert era già scomparso.
Non si riconobbe nell'urlo però sentì acuirsi i sensi. La vista gli rimandò l'immagine nitida  di un gatto che, forse alla ricerca di qualche topo, si aggirava sotto un ponte lontano. Udì distintamente la conversazione di una mamma con sua figlia, ma era così distante dal centro abitato! Il suo olfatto gli riportava odori di ogni genere, ma quello che gli procurò un’incontrollabile frenesia fu l'odore dolciastro del sangue. Voltandosi di scatto vide di nuovo il gatto che stava infierendo sulla sua preda.
...il gatto infieriva sulla preda...
La gola gli bruciava sempre più. Avvertì in bocca qualcosa di diverso, si toccò e fu allora che li sentì… i canini erano sviluppati ed appuntiti come quelli di un …vampiro!
Vampiro!
Eppure si sentiva umano, nonostante tutto. Fu sopraffatto dall'orrore, ma poi un’incontrollabile impulso prese il sopravvento e scattò fulmineo verso l’ignoto.  Si orientò attraverso l'olfatto e l'udito. Mentre correva velocissimo lo sguardo  catturava e analizzava immagini. La vista tridimensionale l'affascinava, riusciva a cogliere i minimi dettagli di qualunque essere incrociasse il suo percorso. Si fermò di colpo sentendo un ringhio minaccioso di cani. Fuggì in direzione opposta, attraversando con un salto incredibile il fiume poco distante. Poi di nuovo dolori lancinanti e il nulla.
Reginald ed Edward ignoravano ciò che succedeva fuori nella notte nebbiosa di Londra, ma erano perfettamente consapevoli che qualcosa in loro fosse cambiato. Non avevano più il pieno controllo delle loro azioni, né della propria coscienza. Edward intuiva che il suo esperimento e le conseguenze dell’esplosione avevano prodotto effetti imprevedibili e che doveva agire al più presto se voleva delle risposte e una risoluzione del problema, di qualunque natura fosse.
- Devo tornare al laboratorio Reginald!  - Cosa speri di trovare? Ormai tutto è distrutto.
- Non importa, devo trovare risposte, prima che sia troppo tardi. - Troppo tardi per cosa? - Per noi, Reginald, per noi! - Allora verrò con te. Potrò esserti d’aiuto. L’ora tarda e la nebbia che si era alzata di nuovo li resero praticamente invisibili e in breve raggiunsero il Campus. Eludendo la sorveglianza entrarono da un accesso secondario. Erano quasi giunti al laboratorio quando una sagoma si parò dinanzi a loro. Era sicuramente umana. Ed stava per parlare, quando una vampata di calore lo avvolse e la sua mente elaborava solo violenza. Il suo corpo si irrobustì e peli ispidi e ruvidi crebbero istantaneamente. Una sorta di ringhio selvaggio gli uscì dalle labbra e Reginald, che nel buio non aveva notato la mutazione dell’amico, lo guardò con gli occhi della paura.
- Pensa…pensa…- si diceva tentando di elaborare una strategia per arginare quel fenomeno inaspettato. Ma non ne ebbe il tempo, poiché la sagoma si lanciò velocissima sul suo amico e i due iniziarono a lottare come ossessi. Nessuno dei due riusciva ad avere la meglio. Le loro forze si eguagliavano, ma all’improvviso si fermarono, l’uno di fronte all’altro, fissandosi, finchè crollarono a terra privi di sensi. Reginald attese qualche secondo prima di avvicinarsi, poi si chinò accanto all’amico e lo vide in fase di regressione della mutazione che poco prima lo aveva trasformato in un mostro. Lo scosse, chiamandolo per nome, finchè non ebbe la certezza che fosse vivo e lo vide riaprire gli occhi. Lo aiutò a rialzarsi e lo sorresse. - Che mi è successo? - chiese. - Te lo dirò dopo. – rispose Reginald, avvicinandosi cautamente all’altro uomo, ancora riverso sull’erba. Era Rupert, il volto cereo, gli occhi rossi e la bocca semiaperta da cui spuntavano due canini molto più lunghi e affilati del normale, ma l’aspetto terrificante fu il vederli tornare normali nel giro di pochi istanti, e così pure le pupille che ripresero il consueto marrone.  - Entra! – disse perentorio a Ed, che ancora sotto choc oltrepassò la soglia del laboratorio, seguito dall’amico che trascinava il corpo inerte dell’apprendista.
- Ora ascoltami bene. La situazione ti è sfuggita di mano e chissà che diavolo ha combinato questo incosciente. – aggiunse indicando il ragazzo – Poco fa ti sei quasi trasformato in un licantropo e Rupert aveva tutto l’aspetto di un vampiro. No! Non mi interrompere. Per una volta taci e ascolta tutto ciò che ho da dire. Sono anch’io un alchimista, lo sai, anche se ho scelto un’altra strada. So quanto possono essere pericolose certe sostanze, ma tu sei più aggiornato di me attualmente e devi porre rimedio a… tutto questo, prima che sia troppo tardi e che la vostra mutazione divenga definitiva. Io ho avuto solo una blanda reazione, ma voi due rischiate grosso. Dunque mettiti al lavoro Ed, mi hai capito? Mettiti - subito - al - lavoro!! – concluse scandendo bene le ultime parole.
Edward gettò uno sguardo a Rupert, inerte sul pavimento, poi annuì. Raccolse campioni del composto che avevano prodotto, analizzò i componenti più volte, e intanto prendeva appunti, mentre Reginald gli faceva da assistente cercando di riportare alla memoria le vecchie cognizioni in materia. A un tratto sentirono un gemito e si voltarono verso il ragazzo, che stava rinvenendo. Gli si avvicinarono, pronti a intervenire con la forza per immobilizzarlo, se necessario, ma non ce ne fu bisogno. Rupert era visibilmente provato ma era di nuovo lui. Prima di procedere con le analisi il professore gli intimò di confessare in quale modo avesse interferito con il suo esperimento:- Hai aggiunto qualche sostanza di tua iniziativa? Non mentirmi perché me ne accorgerei.
- Mi dispiace maestro, volevo solo che fosse orgoglioso di me. - Non hai idea di quello che hai scatenato, oltre all’esplosione che ha distrutto tutto il nostro lavoro. Parla dunque!
E Rupert vuotò il sacco e citò una ad una le sostanze che aveva mescolato al composto.
Il professore alzò le mani e scosse il capo, in un misto di sconcerto e di rabbia, ma si controllò e tornò subito al lavoro. Tutta la notte si impegnò senza tregua finchè, al sorgere del sole, esultò:- Sì, ci sono. Ora capisco! Aiutami Reginald, dobbiamo preparare un antidoto, e dobbiamo farlo in fretta!
- Cosa hai capito Ed? - I vapori del composto che abbiamo inalato hanno innescato in noi un processo di  mutazione, che per fortuna non si è completato. Su di noi i fumi hanno stimolato la bestia che si cela in ciascun essere umano, e che normalmente controlliamo senza problemi.
- Ma che stai blaterando? Vorresti affermare che in ogni uomo è latente una bestia pronta ad uccidere?
- Non meravigliarti troppo amico mio. L’uomo è capace di provare rabbia.
Rabbia, sentimento umano!
Le sostante che abbiamo inalato l’hanno scatenata agli estremi.  - E Rupert? Tu non l’hai visto, ma ti assicuro che aveva tutto l’aspetto di un vampiro. - Oh, l’ho visto eccome quando lottavamo! Lo ricordo perfettamente. Credo dipenda da un fattore genetico e dalla giovane età del soggetto, anche se ciò non si fonda propriamente su basi scientifiche. Ma ho capito come intervenire anche nel suo caso. Basterà aggiungere un ingrediente all’antidoto che prepareremo, e anche lui sarà fuori pericolo. Bando alle chiacchiere e diamoci da fare. La struttura, già fatiscente in passato, era ora in condizioni disastrose e lavorare con strumenti di fortuna rendeva tutto più difficile, ma i due fecero quanto si erano prefissati.
- Ti inietterò metà dose Reginald, tu non sei stato esposto quanto me. Non ho molto tempo, sento già aumentare la mia temperatura corporea e tra pochi minuti potrei non avere più il controllo delle mie azioni. Questa è la siringa che userai per me e l’altra per Rupert, e ti consiglio di farlo immediatamente dopo la mia iniezione. Guarda i suoi occhi! Rupert infatti era in preda alle convulsioni e le sue pupille si stavano dilatando assumendo di nuovo il colore rosso intenso che avevano entrambi già visto.
L'antidoto!
Ed non perse tempo e fece subito l’iniezione al suo amico, che a sua volta ripetè la procedura, prima sul febbricitante Edward e poi sul gelido Rupert. E accadde l’imprevisto: il ragazzo era già in fase avanzata di mutazione; con un braccio colpì Reginald che fu scagliato contro il muro e ricadde al suolo tramortito da tanta violenza. Gli occhi rosso sangue si spostavano da un uomo all’altro, i pugni chiusi a significare la tensione e la battaglia interiore di quello che fino a poco tempo prima era stato un giovane come tanti altri. Forse l’istinto della caccia avrebbe preso il sopravvento, se non fossero intervenuti i poliziotti, che avevano esteso le loro indagini in ogni zona del Campus. Fu un attimo, e Rupert di dileguò. Inutile l’inseguimento…il ragazzo era scomparso!  - Signore! – chiese sollecito un agente avvicinandosi a Reginald – Sta bene?
- Ho visto giorni migliori, ma sì, tutto sommato sto bene. Occupatevi del mio amico vi prego.
Ma un altro poliziotto era già accanto a Ed, che giaceva inerte sul pavimento.
- Sento il polso! Chiamate l’unità medica, presto! L’ambulanza non era lontana e i paramedici, dopo un primo accertamento delle condizioni generali dei due, decisero di portarli al Cambridge University Hospital per esami diagnostici più accurati.
Cambridge University Hospital
L’alba del giorno dopo regalò uno splendido sole, la nebbia era un ricordo e Reginald si destò, rimanendo disorientato per alcuni secondi. Poi tutto gli tornò alla memoria e il suo primo pensiero fu per Edward. Si alzò dal letto d’ospedale e si affacciò sul corridoio. Un infermiere lo raggiunse, rimproverandolo bonariamente:- Che ci fa in piedi? Dopo quello che ha passato ha bisogno di riposo e cure. Venga, si rimetta a letto. Tra poco potrà parlare con i medici. - Il mio amico…come sta? - È nella camera accanto. Lo stiamo monitorando, ma sembra che anche lui si sia ripreso bene. Certo che deve essere stato un bel botto!
- Come? – chiese Reginald senza comprendere. - L’esplosione nel laboratorio! Visti i danni è un miracolo che siate ancora vivi. - Oh…l’esplosione, sì. È stato un incidente, il mio amico è alchimista sa? Posso vederlo? - Non ancora, adesso deve subito tornare a letto o passerò dei guai per non averla sorvegliata. Lei non vuole che io passi dei guai, vero? - No, certo. Ma la prego di tenermi al corrente. L’infermiere sorrise e annuì. Ci voleva pazienza con i vecchi, e lui ne aveva.
Il tranquillante somministratogli subito dopo il ricovero a causa dell’aggressività che Edward aveva manifestato dopo che si era riavuto aveva fatto decisamente effetto. Ora l’uomo era tranquillo e cosciente. Ricordò gli ultimi eventi e si augurò che l’antidoto avesse inibito definitivamente la mutazione di Rupert.  Nel parco vicino al Campus due grossi cani lupo si aggiravano tra gli alberi e la fitta vegetazione, che offriva loro un perfetto nascondiglio. Il loro istinto gi suggeriva di stare all’erta.
Lupi...pericolo latente!
La polizia brancolava nel buio riguardo alle indagini. Era difficile credere che fosse stato un essere umano a infierire in modo tanto violento sulle vittime. Il medico legale, durante l’esame autoptico, aveva rinvenuto dei peli sulle mani dei ragazzi, gli stessi trovati dagli operatori della scientifica sugli abiti a brandelli, e sangue che dalle analisi non risultava umano. Per questo si era fatta strada l’ipotesi che forse non si doveva cercare un bruto, ma una bestia. Non sarebbe stata certo la prima volta. Alcuni incoscienti pretendono di allevare in casa o nel proprio giardino animali di ogni razza, da quelle innocue a quelle estremamente pericolose, quali puma, coccodrilli, leoni e tigri perfino. Il capitano aveva dato l’ordine di perlustrare ogni zona attigua al Campus. Gli agenti avevano in dotazione, oltre alle normali armi d’ordinanza, anche fucili con siringhe narcotizzanti.
Narcotizzare...non uccidere!

Rupert era spossato, accasciato sull’erba. Le forze lo avevano abbandonato di colpo. Dopo la fuga dal laboratorio si era lanciato a folle velocità all’interno del parco, arrampicandosi sugli alberi e compiendo lunghissimi salti. La gola aveva ripreso a bruciargli e la sensazione di sete aumentava sempre più. Era attirato soprattutto dagli odori, dal…sangue! Nei rari momenti di lucidità inorridiva al pensiero, ma poi la mutazione riprendeva il sopravvento.
Rupert...il mostro si fa strada!
Avvistando agenti in perlustrazione si nascose in una piccola grotta e decise di attendere il momento propizio per uscire e placare in un modo o nell’altro la sua arsura. Poi, il miracolo della scienza: l’antidoto si rivelò efficace. Il mostro latente era scomparso ed era tornato il ragazzo. Decise comunque di rimanere dov’era fino a quando la zona non fosse stata di nuovo tranquilla. Non avrebbe potuto giustificare la sua presenza lì, né il suo aspetto alquanto malandato. Improvvisamente udì grida concitate e subito dopo degli spari. Spaventato, si inoltrò ancora di più all’interno e si rannicchiò in un angolo. Udiva ancora voci e sentì il motore di quella che sembrava una jeep, ancora voci, ancora trambusto che durò per una o due ore forse, poi più nulla. All’imbrunire, non sentendo più alcun movimento all’esterno, con cautela si portò all’ingresso della grotta, poi uscì e respirò a pieni polmoni l’aria fresca della sera. Con la mente ora lucida riflettè sugli ultimi avvenimenti, ricordando il professore e il suo amico Reginald, che vide con la memoria visiva nell’atto di iniettargli qualcosa, poi il vuoto fino a quando non si era ritrovato sull’erba in preda alla follia e poi alla normalità. Decise di incamminarsi e raggiungere il laboratorio. Doveva sapere se il suo maestro e Reginald erano sani e salvi. Doveva parlare con entrambi e confessare ciò che aveva fatto. Ma quando arrivò all’edificio, distrutto dall’esplosione, non trovò nessuno. Vide i sigilli messi dalla polizia e non osò violarli. Pensò fosse opportuno lavarsi e cambiarsi d’abito, perciò raggiunse la sua stanza cercando di non far rumore.
La stanza di Rupert
Gli altri ospiti della Student's home, data l’ora tarda, dormivano già. Rupert decise di aspettare l’indomani per cercare il professore. Ora aveva solo bisogno di riposo e crollò sul letto esausto. Il mattino dopo il suono della sveglia lo fece sobbalzare. Si alzò forse troppo in fretta, la testa gli girava e avvertiva un senso di nausea, dovuto senza alcun dubbio ai residui di sostanze chimiche ancora in circolo nel suo organismo. Il capogiro invece era probabilmente da addebitare alla debolezza, non ricordava quale fosse stata l’ultima volta che aveva mangiato. Si rasò e indossò vestiti puliti, poi uscì. La sua priorità era far colazione e riacquistare le forze, poi avrebbe cercato il professore. Un succo d’arancia, seguito da cornflakes serviti in tazza e coperti da latte tiepido lo deliziarono. La ragazza al banco gli servì anche pane tostato e marmellata d’arance e lasciò un bricco di caffè fumante. Quando fu fuori dal Regency Cafè, passando davanti ad un newsagent, vide esposti diversi quotidiani, ma i titoli in prima pagina del Times attirarono la sua attenzione. comprò una copia e lesse: “Catturati i cani responsabili delle vittime della Cambridge University. I due animali, presi dopo un massiccia perlustrazione delle zone attigue al Campus, sono stati neutralizzati con siringhe narcotizzanti sparate dagli agenti di polizia e portati nei laboratori della scientifica per indagini. Gli esami effettuati hanno confermato l’ipotesi del medico legale, dopo l’esame autoptico eseguito sui poveri corpi del fresher e dell’assistant professor. L’aggressività irrefrenabile dei due grossi esemplari di cane lupo ha reso necessario il loro isolamento in una struttura attrezzata per analisi più approfondite, atte ad accertare le cause di tanta ferocia.”
Rupert si sentì sollevato nel leggere la notizia. Non era stato lui! Oh sì, la paura si era insinuata nel ragazzo, consapevole di non essere sempre stato cosciente delle sue azioni e ricordando, sia pur vagamente, il male dentro di sé, il desiderio di sangue. Fu ancor più contento quando realizzò che neanche il suo maestro e Reginald potevano essere colpevoli dell’efferato delitto. Mentre sentiva allentarsi la tensione nervosa, scorrendo le pagine del giornale, trovò un trafiletto:  Il professor Edward Harris e il noto pittore Reginald Burke sono miracolosamente scampati ad un’esplosione accidentale avvenuta in un locale della Cambridge University adibito a laboratorio chimico. Il Vice Cancelliere  Borysiewicz ha dato incarico agli agenti di sorveglianza del Campus di svolgere gli accertamenti necessari a far luce sull’accaduto. Da indiscrezioni sembra che il professor Harris, in pensione da circa tre anni, agisse clandestinamente e che l’allestimento del laboratorio non fosse stato autorizzato.  Tutta l’area comprensiva dell’edificio esploso è stata dichiarata off  limits. Si attendono le dichiarazioni del professore e del signor Burke, attualmente ricoverati al Cambridge University Hospital. Una folla di studenti è radunata fuori della struttura medica per solidarietà nei confronti dello stimato professore, che è stato una colonna portante della facoltà di chimica. Lo stesso Vice Cancelliere ha garantito il suo pieno appoggio nei confronti del valente chimico.”
“Andrà tutto bene!” – si disse Rupert. Poi si diresse senza esitazioni verso l’ospedale, a passo veloce. Era importante che il professore e Reginald sapessero al più presto che lui stava bene, e il ragazzo stesso voleva accertarsi che così fosse anche per loro.
- Andrò in prigione, non è vero Reginald?  - Non pensarci neanche amico mio. Conosco un avvocato che, in un modo o nell’altro ti tirerà fuori dai guai in cui ti sei cacciato; ne sa una più del diavolo, te l’assicuro. Sta’ tranquillo! - Non è solo questo…sono preoccupato per Rupert. E se…
- Niente se…sono certo che l’antidoto ha funzionato anche per lui. - Me la sono vista brutta prof, ma ora sto benissimo…grazie a lei. - Rupert! Dannato ragazzo, sei salvo! Fatti vedere…sei tutto intero?
- Direi di sì, ma c’è mancato poco. Stavo per attraversare una via senza ritorno, ma non è accaduto. Mi dispiace professore. È mia la colpa per l’esplosione e me ne assumerò tutta la responsabilità.
- Non dire scemenze! La mia carriera ormai era finita e me la caverò in ogni caso. Tu dovrai continuare gli studi, senza commettere più sciocchezze. Tu non sei mai entrato in quel laboratorio, è chiaro? - Ma… - Tu-non-sei-mai-entrato-in-quel-laboratorio! – ripetè Edward perentorio.
- Ha ragione Rupert! Non metterti in mezzo e pensa al tuo futuro. Noi due risolveremo tutto. D’accordo? – intervenne Reginald. Il ragazzo annuì, poi disse semplicemente:- Grazie! Non me lo merito, ma…grazie! Il professore sorrise bonariamente, ammiccando al suo amico pittore. Entrambi si riconoscevano in quel ragazzo esuberante e pieno d’iniziativa, che rasentava spesso l’incoscienza. Anche loro erano stati così, da giovani e forse anche da vecchi, visti i fatti recenti. Come biasimarlo dunque?
Nei giorni successivi furono completate le indagini e il Campus fu riaperto. Prima di riprendere le lezioni ci fu una cerimonia solenne in onore e ricordo delle due giovani vittime.
Cerimonia all'Università
Poi la vita riprese il suo corso. È così che va. Chi ci lascia trova pace e chi resta cerca di sopravvivere e superare il dolore. Il professor Harris, riconosciuto unico responsabile dell’incidente al Campus ed accusato di praticare indebitamente esperimenti, grazie all’ottima difesa del legale amico di Reginald, evitò la prigione, ma fu bandito dall’Università in modo definitivo.  Edward si trasferì a casa del suo amico. Ora restava da fare una sola cosa e bisognava farla in fretta. Era notte fonda quando i due uscirono e si incamminarono verso la struttura in cui i due cani lupo erano ancora rinchiusi in robuste gabbie metalliche. I tecnici di laboratorio non erano riusciti a trovare alcuna anomalia che giustificasse la sempre maggiore aggressività degli animali e si pensava fosse inevitabile sopprimerli. La vecchia serratura della porta che dava accesso all’edificio non costituì un problema insormontabile.
E' solo una serratura!
Un chimico della levatura di Ed sapeva cosa fare. Una volta dentro Reginald accese la sua pila elettrica, ma non ebbe bisogno di cercare a lungo. Il ringhio dei cani indicò la direzione in cui puntare il fascio di luce. Ed imbracciò il fucile caricato con siringhe contenenti una massiccia dose di antidoto, lo stesso che si erano iniettati lui e Reginald. Prese con cura la mira e colpì prima una, poi l’altra bestia. Bastarono pochi minuti.  Rimase un mistero irrisolto per i tecnici il radicale cambiamento nel comportamento dei due cani lupo, ora mansueti come agnellini. Rimase un mistero come qualcuno fosse riuscito ad entrare e rimasero un mistero le due siringhe conficcate nel collo dei cani. Ma i misteri sono affascinanti, e la stampa vi si gettò avidamente.  Al Bluebarry Pub-Caffè due vecchi amici erano seduti, impegnati in una piacevole conversazione e gustavano un pasticcio di carne e verdure cotto al forno con un involucro di pasta sfoglia, patate arrosto e salsa al rafano.
Un buon pasticcio...gastronomico!
Un ragazzo entrò nel locale, lo sguardo in cerca di qualcuno, poi li vide e li raggiunse, sedendo con loro. Ordinò Fish and Chips, il suo piatto preferito.
Il piatto preferito dagli Inglesi
Si divertivano, era evidente. Il clima era disteso e la serata piacevole. Robert servì infine una deliziosa Sherry Trifle e George portò del maraschino. “Omaggio della casa!” – disse.
Golosità!
Fuori l’aria era frizzante e una luna bianca sorrideva in cielo. Il ragazzo alzò la mano in segno di saluto e si allontanò, facendo un ultimo cenno prima di svoltare l’angolo. I due amici si guardarono sorridendo. Non erano necessarie le parole. Tutto andava come doveva andare.
- A domani signor Burke. Professore! - Salve George…a domani Robert!
Era cominciato tutto al Bluebarry Caffè, ed ora è qui che finisce…forse!
A volte la fine coincide con un nuovo inizio!


Eleonora Marchiori – Cecilia Bonazzi – Daniela Bonifazi

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